Il flusso del silenzio, l’insistenza dell’oblio

Grazie per avermi accolto in questa Roma del Ventunesimo secolo, un posto che non ho avuto il piacere di visitare prima d’ora, sebbene l’abbia visitato un tempo, nelle spoglie di un uomo più giovane, in una delle sue innumerevoli versioni precedenti. Roma: un insediamento umano antico e al contempo infinitamente contemporaneo.

E sappiamo come utilizziamo la storia di Roma, o di qualsiasi altro posto: ci serve a distinguerci da ogni altra specie di questo pianeta.

Il tempo si muove in una direzione, la memoria in un’altra, e noi siamo impegnati a costruire artefatti per contrapporci all’inarrestabile flusso dell’oblio. In realtà, ci contrapponiamo al flusso del silenzio. Erigiamo pietre: le pietre parlano, anche dopo tutti questi secoli. Contro la pressione del silenzio, dell’oblio, contro l’assenza di memoria, schieriamo vari tipi di principi di informazione.

I primi elementi di informazione, forse, erano pezzetti di argilla color ocra, il bisonte riprodotto nella risoluzione minima necessaria. La stilizzazione dei graffiti delle caverne non ha perso minimamente la sua efficacia, neanche dopo tutti questi millenni, di quale schermo del mondo odierno potremo dire la stessa cosa nel giro di un decennio?

E quei bisonti saranno riconoscibili, inalterati, su qualsiasi piattaforma, qualsiasi mezzo d’informazione dovessimo possedere. Riecheggianti contro il silenzio, emersi dall’oscurità primigenia grazie a un impulso che ciascuno di noi ha provato, da bambino, disegnando. Riecheggianti in questa cosa che abbiamo sempre prodotto, questo immenso e incredibile meccanismo che conserva l’informazione nei suoi interstizi, una memoria globale, comunitaria, una nostra protesi a cui abbiamo iniziato a lavorare ancor prima di lavorare sul legno, sulla pietra, sull’acciaio o sui materiali genetici.

Non ho il minimo dubbio che durante la mia vita questo meccanismo sia cresciuto in modo più strisciante, più potente, pressoché onnicomprensivo. Lo so perché quando ero un bambino il flusso dell’oblio e l’eventualità del silenzio erano ostacolati con minore precisione.

Lo so perché la morte era allora una presenza meno costante. Perché non c’era nessun pulsante per il REPLAY. Perché i soldati che morivano nelle Fiandre morivano in bianco e nero e non correvano come correvano gli esseri viventi. Perché il solaio del mondo era ancora in disordine. Perché nelle valli della Virginia della mia infanzia c’erano ancora dei vecchi che ricordavano un’epoca in cui la musica registrata non esisteva.

È raro che ci colpisca quanto è incredibile sentire cantare un morto quando ascoltiamo Elvis che canta Heartbreak Hotel.

Ma nel contesto della più lunga vita della specie, questo è qualcosa che si è reso possibile solo qualche momento fa. Qualcosa che i nostri antenati avrebbero potuto anche considerare mostruoso… cosa che sicuramente fecero i vittoriani quando provarono per la prima volta il grammofono.

A pensarci adesso, il grammofono o anche la macchina fotografica, furono fratture, fratture convulse rispetto a un modo precedente di considerare “ora” e “dopo”. Frantumare il silenzio, frantumare l’oblio, in modi nuovi. E qualunque modalità precedente a quelle, ci è preclusa. Ostruita. Tagliata fuori nel momento stesso della frattura.

Oggi il nostro “ora” è diventato al tempo stesso inesorabilmente breve e virtualmente eterno, e tutto come conseguenza del pulsante del REPLAY.

Mentre la capacità di ricordare diventa sempre più condivisa, la storia è considerata in maniera ancor più evidente come un concetto teorico, una costruzione soggetta a revisione. Se come specie ci siamo occupati di arginare lo scorrere del tempo con la creazione e l’aggiornamento di meccanismi mnemonici esterni, cosa succederà quando tutti questi meccanismi, per quanto mi pare di intuire insito nella loro natura, finiranno per fondersi?

L’omega di tutta l’esistenza umana potrebbe essere un singolo momento di durata effettivamente senza fine, un infinito Ora.

Potremmo avere ben poche scelte in materia, visto che le modalità di memoria accessoria che abbiamo creato durante il nostro percorso evolutivo si sono rese autonome, evolvendosi in una propria direzione. Non abbiamo mai progettato il nostro percorso tecnologico, e dove stiamo dirigendoci grazie alla tecnologia, io credo, coincida con la direzione che stiamo prendendo culturalmente. Gli inventori delle tecnologie che potenziano l’agricoltura, che portano alle tecnologie di stoccaggio degli alimenti, non avevano immaginato le città che quelle stesse tecnologie avrebbero finito per generare. Sono faccende che non progettiamo. Accettiamo le cose come vengono. Ma seguiamo anche il flusso dei ricordi. Non ci chiudiamo in un silenzio interiore.

I cambiamenti più profondi che provengono dall’innovazione tecnologica sono spesso del tutto involontari.

Non promulghiamo leggi su come pervenire a quell’Ora digitale, a quel Qui digitale. Non prendiamo quella direzione dopo una necessaria riflessione. Ci muoviamo semplicemente in quella direzione. Il cambiamento sociale è tecnologicamente determinato. Spesso non promulghiamo leggi sulle nuove tecnologie in divenire. Emergono e basta. Attraverso i mercati. E i mercati scoprono da soli come utilizzare le cose.

Adesso mappiamo letteralmente ogni cosa, dal genoma umano agli ultimi esempi sopravvissuti degli abiti da lavoro americani degli anni Cinquanta non ancora indossati, e i nostri motori di ricerca indagano con crescente precisione.

Ed è così che la nostra storia sta cambiando. Le tecnologie emergenti svelano un passato in via di evoluzione. Quello che oggi ci appartiene, il meglio che siamo stati in grado di mettere insieme, è spaventosamente, o misericordiosamente, frammentario. Con un incremento esponenziale della potenza dei computer, e una discesa parimenti esponenziale del loro costo, il nostro oggi cambierà. La terra incognita dismetterà i suoi misteri come mai aveva fatto prima, e in quell’Ora digitale si presenteranno a noi nuovi progenitori.

Immagino che, in quell’Ora, l’arte sarà vista sempre più come atto non di creazione ma di curatela. Ed è probabile che sia la sola arte possibile, in quell’Ora. Nel reale dei media atemporali, il gesto può dimostrarsi impossibile, o, piuttosto, gli unici gesti possibili possono dimostrarsi quelli di accumulo, di ostentazione, di ricontestualizzazione.

Il mio collega Bruce Sterling ha detto che il secolo che si allontana alle nostre spalle è stato un secolo di “ismi”. Erano basati, pensa lui, sul malinteso fondamentale e fatale che la filosofia ha la meglio sulla progettazione. Non è così. Lui afferma che in un mondo completamente in grado di controllare le sue basi materiali, l’ideologia non è niente più che un velo sottile. La tecnologia in senso ampio: l’abilità di trasformare le risorse, la velocità con cui nuove possibilità possono essere aperte e realizzate, le svariate e diversificate forme di comando e controllo… la tecnologia, e non l’ideologia, sarà l’eredità che ci lascia il secolo precedente.

Guidati da un sempre più rapido incremento della potenza di computer e connessioni, e dal contemporaneo sviluppo dei sistemi di sorveglianza e delle tecnologie di localizzazione, stiamo avvicinandoci a uno stato teorico di assoluta trasparenza dell’informazione, in cui lo scrutinio “orwelliano” non è più un’attività gerarchica, dall’alto in basso, ma un’attività resa nuovamente democratica. Come individui perdiamo sempre più livelli di privacy, così come, alla fine dei conti, succede ad aziende e stati. Questo è probabilmente intrinseco alla natura stessa della tecnologia dell’informazione.

Alcuni obiettivi delle iniziative per un’informazione governativa consapevole saranno infine realizzati semplicemente dall’evoluzione progressiva del sistema di informazione globale… ma non necessariamente o esclusivamente ad appannaggio di qualche governo. Questo frutto del sistema emergente sembra un risultato inevitabile della migrazione di qualsiasi cosa noi facciamo con l’informazione verso quello che una volta chiamavamo cyberspazio (e che adesso chiamo “qui”).

Se George Orwell avesse saputo di Bletchley Park, e del lavoro pionieristico che vi svolse Alan Turing e altri decifratori di codici del tempo di guerra, e avesse avuto qualche sentore di dove potevano portare, forse avrebbe immaginato il suo Ministero della Verità dotato di schede perforate e condotti pneumatici, per meglio setacciare le ultime vestigia di libertà di una popolazione ridotta allo stremo. E potremmo anche cercare di immaginare la Stasi della Germania Est dotata di computer in modo che il loro sistema non avrebbe finito per essere sommerso dal peso invincibile delle schede cartacee. Ma in qualche modo non funziona, è inequivocabile che il sistema della Germania Est appartenga al paradigma di comunicazione precedente quello che Orwell aveva compreso con tanta esattezza.

Nessuna estrapolazione dall’era del sistema d’informazione può produrre niente di simile alla nostra situazione presente, né può produrre scenari immaginari di una benché minima verosimiglianza. Se Orwell avesse dotato il Grande Fratello degli strumenti per rintracciare modelli di comportamento grazie all’intelligenza artificiale, il risultato non avrebbe ugualmente descritto la nostra situazione o quella verso cui ci stiamo dirigendo.

Che i nostri fratelli ancora più grandi, per il bene della sicurezza nazionale, setaccino mari di dati, ancor più ampi e sempre più trasparenti, può darci fastidio, ma questo è qualcosa con cui aziende e persone hanno già avuto a che fare, e con cui avranno sempre più a che fare. La raccolta e la gestione dell’informazione, a qualsiasi livello, sarà autorizzata in maniera esponenziale dalla natura stessa del sistema, così il sistema sarà globale, transnazionale e, in una versione intrinseca del tutto inedita, non gerarchico.

La trasparenza è assenza del silenzio e dell’oblio.

Diventa difficile per chiunque, proprio per chiunque, come non lo è mai stato in passato, tenere un segreto.

Nell’epoca della comparsa del blog e delle notizie che arrivano in rete sfuggendo a ogni controllo, della scoperta di tecnologie e strumenti per disvelamenti ed estrapolazioni automatizzate in evidenza di legami contenuti in un largo ammontare di serbatoi di dati classificati e non, le verità potranno essere già rivelate o essere destinate a venire alla luce prima o poi. È qualcosa che vorrei sottoporre all’attenzione di ogni uomo di stato, leader politico e dirigente d’azienda: il futuro, alla fine, vi porterà allo scoperto. Non riuscirete a mantenere i vostri segreti. Il futuro, maneggiando strumenti di trasparenza inimmaginabili, l’avrà vinta su di voi.

Alla fine, quello che avrete fatto sarà sotto gli occhi di tutti.

Dico comunque “verità” al plurale, e non al singolare, visto che l’altro aspetto della nuova ubiquità dell’informazione sembra tanto folle quanto trasparente. Malgrado il numero e i poteri degli strumenti utilizzati per derivare modelli dall’informazione, ogni significato muta di forma in base al contesto, con l’interpretazione che viene a sostegno dei progetti di chi vi si trova ad avere a che fare. Un mondo di trasparenza dell’informazione sarà per forza anche un mondo dalla delirante molteplicità di punti di vista, attraversato da una semina di false informazioni, dalla disinformazione, da teorie della cospirazione e da un elevato tasso di pazzia. Potremmo anche essere capaci di vedere più chiaramente cosa sta accadendo, ma questo non significa che ci troveremo anche prontamente d’accordo.

Orwell fece il lavoro che si era proposto di fare, lo fece con efficacia, in modo eccellente, si dedicò alla creazione meticolosa della nostra più nota visione distopica. Ho sentito affermare che visto che lui si era spinto fin lì con tutto quel rigore e quel coraggio, non c’era più bisogno che lo facessimo noi. Mi piace pensare che l’affermazione contenga un po’ di verità. Ma il territorio della storia dispone di un modo tutto suo di modificare la più elementare delle congetture anche a partire da scenari costruiti con grande precisione. Le distopie hanno a che fare con la realtà tanto quanto ne hanno le utopie. Nessuno di noi ci ha mai vissuto… eccetto, nel caso delle distopie, a causa delle inevitabili e naturali vicende della vita, in qualche posto estremamente sfortunato.

Il che non significa che in qualche modo Orwell si sia sbagliato, ma piuttosto che ha avuto ragione. 1984 rimane uno dei tragitti più rapidi e condensati al cuore dei diversi aspetti reali del… 1948, l’anno in cui fu scritto. Se volete conoscere un’epoca, studiate i suoi incubi più lucidi. Nello specchio delle nostre paure più oscure, vedremo svelarsi molte cose.

Ma non scambiate quegli specchi per mappe del futuro, o anche solo del presente.

Il mio momento digitale unico e infinito, nel quale niente è dimenticato, nel quale nessuna informazione viene messa sotto silenzio, potrebbe non essere il nostro futuro. Richiede salute ed energia e un pianeta ancora in grado di sostenerci. E i sogni degli scrittori di fantascienza percorrono sempre il grande disegno del tempo lungo strane traiettorie.

Ma i miei sogni più grandi sono sempre stati quelli della trasparenza, della conservazione della memoria e della fine del silenzio.

Grazie.

William Ford Gibson
27/05/2008


Nella giornata in cui wikileaks pubblica i suoi documenti mi sembrava una doverosa lettura.
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