La fine dell’outsourcing?

Chiunque abbia iniziato a lavorare in ICT in questi ultimi anni conosce benissimo la situazione. Le aziende ormai non assumono più, si tratta sempre di fare leva su servizi di consulenza, che a loro volta assumono il personale a contratti determinati nel tempo, chi 3 mesi, chi 6, chi a partita IVA, chi in stage, cococo, cocopro, cocazzocheguadagni, niente contributi, niente ammortizzatori sociali, una grande conquista sociale quella del D. Lgs. n. 276/2003, meglio nota come Legge Biagi, che per noi bravi IT con borsa e portatile significa quasi sempre una cosa sola: Body Rental.

Personalmente ho subito tutte le forme contrattuali, escluso lo stage e la partita IVA, persino periodi di ferie forzate ogni due rinnovi per evitare l’assunzione obbligatoria a tempo indeterminato, è così che giocano la partita e a noi non rimane che dire “sì va bene”, al limite si riesce a strappare un premio una tantum sulla busta del prossimo contratto per coprire, non al 100% ovviamente, il periodo di ferie forzato, da farsi ovviamente con la VPN aperta.

Ogni volta che torni dalle “ferie” noti che qualche faccia non c’è più, del resto in questi ambienti il turnover è elevato, vuoi perché i consulenti vanno in altri lidi, oppure perché il cliente ha deciso che il consulente non è capace (e ti credo visto come si fa la selezione!), oppure perché la commessa è stata assegnata ad altra azienda, che solitamente significa “costa meno”, che a sua volta significa che hanno trovato dei disperati ancora più disperati dei disperati di prima, oppure, tanto per essere chiari, che hanno lustrato meglio chi di dovere.

A lungo andare cosa si ottiene? Solo svantaggi, il cliente finale vede i consulenti cambiare a ritmi elevati, ogni sei mesi c’è una figura da skillare nuovamente ed ogni volta questo processo si lascia del know-how per strada, il consulente invece tira a campare col suo misero stipendio e non genera ricchezza spendendo introiti, nemmeno accumula, si paga solo le spese. L’unico che sta bene è chi incamera standosene a guardare, ovvero l’azienda di consulenza. Al cliente comunque sta bene di avere una workforce scalabile a piacere, se poi a saperci fare sono in quattro su trenta sono problemi di chi i servizi li userà…Noi abbiamo dei budget! Negli obiettivi! Tutti a breve termine ma sono pur sempre obiettivi.

Ora pare che qualcuno stia finalmente iniziando ad accorgersi che, sul lungo termine, è molto più importante avere la qualità ed il talento in casa, e queste sono cose che si ottengono solo con il processo dell’insourcing, ovvero riportare in casa tutto, di formare il personale e di tenerselo ben stretto. Così, tanto a titolo di esempio, si evita di dover interfacciarsi ad un pakistano con un inglese stentato per chiedere a che punto sia il ticket #0039289 per l’apertura di un account (s)exchange o perché quel server sia spento da otto ore nonostante le quattroquarantadue email di alert generate da Nagios.

Un ottimo articolo pubblicato ieri su Ars Technica descrive proprio come oggi, negli USA, si stia verificando questo processo, è persino difficile per le aziende ottenere il personale e questi ultimi non si sono resi conto di essere in posizione di poter negoziare da parte privilegiata, anzi sta persino succedendo che le aziende si stanno rivolgendo a personale estero (si legge: agli stessi outsourcers) per riportare in casa figure competenti, che ovviamente non riescono a reperire localmente.

Per cui datevi una mossa, il momento pare essere quello buono. Io dall’ICT italiano mi sono sganciato da un pezzo.

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