Tracciabili. Sempre.

Tempo fa mi è capitato di leggere più di un articolo su una nuova tendenza, spinta dalla sempre crescente necessità di vendere, di tracciare il mac address dei visitatori di uno shopping mall. Tecnicamente non è difficilissimo, basta tracciare il mac address (univoco per device, da sempre) ed i relativi movimenti che compie mentre si collega da un access point wifi all’altro all’interno del mall, basta guardare un semplice log :

  • il dispositivo identificato con 00-B0-D0-86-BB-F7 è entrato nella mall alle 18:00
  • si è poi spostato verso il hostpot situato nella zona del retail di lusso alle 18:05
  • ha fatto una capatina verso il hotspot di Starbucks
  • infine si è fermato presso la zona dei negozi chiamata “quartiere rosso”
  • si è di nuovo connesso al hotspot in zona ingresso alle 18:30, probabilmente per andare via.

Non vi sembra inquietante? Oltretutto non ci si impiegherebbe molto ad associare il mac address (univoco ma comunque non legato all’individuo, per ora) al singolo individuo, basterebbe infatti incrociare gli acquisti con eventuali dati lasciati al CRM del retailer del caso oppure semplicemente con i dati di utilizzo di un lettore di carte di credito o un software POS qualunque, una semplice coincidenza tra ora di accesso e timestamp del pagamento, magari con una carta di credito, sarebbe un indicatore abbastanza valido, in momenti di poco traffico la correlazione sarebbe quasi garantita. Già oggi molti mall prevedono delle estrazioni sul dettaglio delle vendite per singolo retailer in modo da calibrare affitti, commissioni ed eventualmente anche lo spostamento di retailer da uno “slot” all’altro in modo da modificare il layout dei vari store all’interno del mall.

Non che sia una cosa nuova, invece di tracciare le attività di un utente attraverso i cookies del browser qui si tratta di tracciare un device, concettualmente è simile.

Soluzione semplice direte voi, basta disattivare la wifi dal proprio gadget portatile, problema risolto, sempre che ci si ricordi di farlo.

Se invece fosse l’azienda per la quale lavorate a tracciarvi? In questo (Wall Street Journal) articolo tenebroso sono elencate una lunga serie di modalità di tracciamento dei propri dipendenti all’interno dell’azienda, la scusa è sempre quella di ricerca “sociologica”, lo scopo è sempre aumentare la produttività, non importa se si tratta di calpestare il privato delle persone. L’articolo del WSJ cita esempi concreti, in qualche caso si è arrivati a tracciare il volume delle conversazioni, senza fare riferimento a registrazioni audio vere e proprie.

In questo caso si inizia a rasentare un controllo orwelliano nei confronti dei dipendenti. Tanto per iniziare è un compito che dovrebbe essere svolto da ogni bravo manager, non da sistemi elettronici, più turbante ancora è capire se l’azienda del caso ha gente in grado di “leggere” questi dati con una granularità così fine, sono disposto a scommettere che tutto si riduce poi a brillanti estrazioni da un database, successivamente convertite in qualche foglio excel del caso, un po’ come le aziende che utilizzano come metrica per valutare la produttività di un dipendente (o consulente esterno) la quantità di richieste evase su sistemi di helpdesk (esempio, OTRS), frasi come (e cito) [Sensors] measure actual behavior in an objective way, dette da uno “human-resources executive” sono terrorizzanti.

Come si fa a misurare la produttività secondo metriche simili? Analizzando il mio campo (IT), conosco tanta gente che ci mette anche mezz’ora ore a scrivere una banale query con qualche join come ne conosco altri che magari passano, in quella mezz’ora, quindici minuti a pensare girovagando, una fumata, un caffè e poi tornano alla postazione con tutto ben chiaro in mente e risolvono la questione in due minuti, quindi my bollocks che sensors measure actual behavior in an objective way.

Un altro luminare (Waber, chief executive of Sociometric Solutions) arriva addirittura a sostenere he can divine from a worker’s patterns of movement whether that employee is likely to leave the company, siamo oramai al puro delirio di onniscenza, come se una statistica potesse avere la stessa valenza di una correlazione diretta, nel mio caso posso anche avere la singola finestra di (ad esempio) Campo Minato aperta ma, garantito, lo uso per concentrarmi, nonostante i soliti brillanti continuino a sostenere che il cervello umano non sia in grado di parallelizzare, senza mettere in contesto il tipo di attività svolto.

Non sono così naïve da aderire al luddismo, ma il momento di tracciare la linea, ben marcata, del confine privato sta diventando un problema sempre più grande, possibilmente da incorporare all’interno della dichiarazione universale dei diritti umani. 

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